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Buongiorno, il pieno per favore. Grazie.

Quella volta che ho utilizzato la pompa del “servito” e non il solito distributore self-service.

“Sta scherzando vero?” mi risponde l’addetto della stazione di servizio mentre si sta avvicinando allo sportello del serbatoio per il rifornimento.
Nel frattempo sono sceso dall’auto e rispondo “No, certo, il pieno, grazie”.
E lui “No, non mi riferisco al rifornimento ma alla richiesta fatta in questo modo”.
In questo modo? Mi faccia capire meglio, chiedo.
“Vede, i miei clienti hanno il dono della sintesi: «il pieno, 20 Euro…». A volte sprecano qualche parola in più per dirmi «fin che ce ne sta». Nulla di più. Se c’è un «buongiorno» è già un fatto strano. Il più delle volte non un cenno, non un saluto, figuriamoci un «per favore» o un «grazie». Quest’ultimo proprio non esiste. Altro che scendere dall’auto come ha fatto lei: di solito stanno seduti al volante, non ti guardano neanche negli occhi e si fanno gli affari loro. Chi si trastulla al telefono, chi ascolta la musica, chi rimane assorto nei suoi pensieri riposti in chissà quale angolo del proprio cervello.
Il mio lavoro mi porta ore ed ore a contatto con le persone più diverse ed ogni cosa fuori dall’ordinario mi stupisce e, non glielo nascondo, mi consente anche di fare quattro chiacchiere con qualcuno che non siano quelle vacue sul meteo”.

La mancanza di educazione è molto diffusa
I pochi capelli bianchi che mi sono rimasti raccontano di un mondo che forse non c’è più. Ricordo gli anni della mia infanzia nei quali ti insegnavano e ti preparavano all’ingresso nella società dei grandi. Si iniziava già dalla scuola materna e si continuava nelle elementari. Si ribadivano i concetti più semplici e si sottolineavano i comportamenti più ovvi: non buttare la carta delle caramelle per strada, saluta per primo le persone che conosci, cedi il passo agli anziani ed il posto a sedere sul pullman a chi ne ha bisogno e così via.
Per un cortocircuito socio-culturale questa formazione si è persa negli anni ed i risultati della sua mancanza sono sotto gli occhi di tutti, specialmente in questi tempi di emergenza.
Cosa dire della maleducazione di chi non indossa le mascherine quando sono prescritte o non mantiene le necessarie distanze interpersonali dimostrando una totale mancanza di rispetto non solo per chi lo circonda ma soprattutto per sè stesso?
Guardiamo quante sono le mascherine ed i guanti buttati per terra come un mozzicone qualsiasi. E già su questo andazzo delle sigarette e rifiuti vari gettati in ogni dove in spregio del minimo senso civico si potrebbero sprecare i classici fiumi di inchiostro.
Altro che cedere il posto a sedere ad una gestante. Oggi si fa a gara a chi lo raggiunge prima degli altri.
E chi se ne frega se l’età avanzata rallenta i movimenti. Il più giovane può accaparrarsi il sedile per primo e guai a mollarlo.
A questa imperante assenza di educazione si accompagna purtroppo anche la sparizione della gentilezza.

La gentilezza fa bene all’individuo ed alla collettività
La gentilezza è una scelta ed uno stato d’animo individuale e porta vantaggi per tutti. Anche nel mondo del lavoro. E non costa nulla.
Alzi la mano chi nel pagare il pedaggio autostradale ha avuto l’onore di incrociare lo sguardo del casellante. Pochi vero? E sentirsi dire “Buon viaggio”? Nessuno.
Le persone gentili sono più benvolute e produttive ed affrontano e risolvono i conflitti con maggiore facilità. Chi gestisce una impresa sa quanto costa e quanti danni fa un ambiente di lavoro nel quale manca la gentilezza: tensioni, ostilità ed arroganza sono all’ordine del giorno e possono minare alle fondamenta la salute della impresa stessa.
La gentilezza genera fiducia e rispetto e dove c’è le persone lavorano in un ambiente positivo e sicuro nel quale il dialogo continuo porta per certo innovazioni e vantaggi.
La gentilezza non si insegna né si impara, semmai è necessario farla rinascere nell’individuo.
Si deve cambiare quell’assioma basato sull’individualismo per il quale si vive e si lavora in competizione continua con gli altri portando linfa vitale al cinismo, alla maleducazione, alla violenza.
L’individualismo non è il futuro ed anche nel mondo del lavoro le linee di condotta stanno mettendo la gentilezza al primo posto, assieme alla positività ed all’altruismo. Non più “io e basta” ma “noi”.

Un sorriso che non dai è un sorriso che non hai
Sembra passato un secolo da quando Harvey Ball creò lo smiley, quella faccina gialla sorridente che diede il via alla nascita delle emoticon, quelle piccole icone che vengono usate nella messaggistica per evidenziare gli stati d’animo.
Un sorriso, un saluto, una parola detta al momento giusto non costa nulla ma può fare una grossa differenza per chi la riceve. È gratificante per chi la offre e si può ricambiare.
Avete fatto caso che nelle sale d’aspetto, se l’ultimo che arriva non saluta, nessuno dei presenti si sentirà in dovere di farlo. Al contrario, se l’ultimo arrivato pronuncia un buongiorno ad alta voce, si farà a gara per rispondere per primi.
Come nel gioco dell’oca di atavica memoria ci ritroviamo quindi al punto di partenza. Al riconoscere l’importanza della formazione scoprendola attraverso i danni che la sua assenza produce.
Solo mettendo la formazione al centro delle azioni dell’individuo questa potrà contribuire in modo determinante alla sua crescita culturale e professionale ed al miglioramento della collettività in generale.
Dialogare e relazionarsi con gli altri e confrontarsi serenamente con il quotidiano che ci circonda può fare la differenza tra il vivere con i piedi ed il cuore sulla terra o il perdersi con la testa tra le nuvole dell’insipienza.